Publication Date:
2018
abstract:
Prospettive delle decisioni europee su sicurezza e difesa
1. Le ragioni di una difesa comune
La Brexit prima e la Presidenza Trump poi hanno avuto l’effetto di imprimere una accelerazione ai progressi nel campo della politica europea di sicurezza e di difesa comune (PSDC).
Di questa accelerazione viene sottolineata in misura crescente l'esigenza in un contesto geopolitico globale nel quale la gestione delle crisi, con tutte le loro conseguenze sui piani della sicurezza, dell'economia e dei flussi migratori, richiede una attiva presenza dell'Europa che i singoli stati membri, anche i più grandi, non possono realizzare senza una progressiva integrazione delle loro capacità.
Il processo in questo campo era iniziato con il Trattato di Maastricht, quando la Francia pose come condizione all'unificazione tedesca la creazione della moneta unica e la previsione, sia pure con una gestione intergovernativa e non comunitaria, di una politica estera e di sicurezza comune, comprensiva di una politica della difesa che secondo le parole dello stesso trattato, concordate dal Presidente Mitterand e dal cancelliere Kohl, "può condurre ad una difesa comune".
Il concetto fu fatto digerire al Regno Unito con un compromesso al ribasso che tendeva essenzialmente ad escludere la possibilità di capacità autonome dell'UE rispetto alla NATO.
In presenza delle crisi nei Balcani e in Africa e dopo l'elezione nel Regno Unito di Tony Blair, più attento ai meriti dell'Unione Europea, il processo assunse comunque vigore con la Dichiarazione di Saint Malo del Dicembre 1998 nella quale il Presidente Chirac e il Primo Ministro britannico, pur con le rispettive riserve mentali, avevano posto le basi per un necessario salto di qualità.
Questo accadde con diverse decisioni del Consiglio europeo e poi soprattutto con il Trattato di Nizza, firmato nel 2001 ed entrato in vigore nel 2003, seguiti dalla messa in campo di istituzioni, strumenti e procedure, e con l'avvio, sotto la spinta appunto delle crisi balcaniche e africane, di missioni militari e civili per la loro gestione in un quadro multilaterale.
Il contesto, voluto soprattutto da Londra è però rimasto quello di una subordinazione delle capacità militari dell'UE a quelle della NATO con tentativi della Francia di svincolarsene.
Su queste basi è stato quindi concordato che l'UE debba ricorrere per le proprie operazioni militari alle capacità di pianificazione, comando e controllo della NATO o alternativamente di uno degli stati membri dell'Unione, rinunciando ad averne di proprie.
Il tentativo franco-tedesco nel 2003 di costituire un quartier generale europeo dotato di tali capacità, in coincidenza del resto con le divisioni sull'intervento anglo-americano in Iraq, segnò uno dei momenti di maggiore tensione all'interno delle due organizzazioni e tra le loro strutture, acuite anche dai contrasti su Cipro (membro dell'UE, ma non della NATO, che la Turchia, membro della NATO, non riconosce).
Le operazioni militari dell’UE nei Balcani utilizzarono quindi assetti e capacità della NATO, mentre in Africa furono utilizzate quelle della Francia come “framework nation”.
All'UE è stata comunque lasciata la competenza pressoché esclusiva delle missioni civili di stabilizzazione o di prevenzione come quelle di polizia, di rule of law, di edificazione istituzionale nei campi della sicurezza, della giustizia, della pubblica amministrazione e dello sviluppo economico, spesso in sinergia con attività della Commissione finanziate con fondi comunitari.
Altro aspetto caratterizzante delle missioni europee è stato quello della collaborazione operativa con le organizzazioni internazionali e regionali.
Questo è stato ed è particolarmente rilevante
1. Le ragioni di una difesa comune
La Brexit prima e la Presidenza Trump poi hanno avuto l’effetto di imprimere una accelerazione ai progressi nel campo della politica europea di sicurezza e di difesa comune (PSDC).
Di questa accelerazione viene sottolineata in misura crescente l'esigenza in un contesto geopolitico globale nel quale la gestione delle crisi, con tutte le loro conseguenze sui piani della sicurezza, dell'economia e dei flussi migratori, richiede una attiva presenza dell'Europa che i singoli stati membri, anche i più grandi, non possono realizzare senza una progressiva integrazione delle loro capacità.
Il processo in questo campo era iniziato con il Trattato di Maastricht, quando la Francia pose come condizione all'unificazione tedesca la creazione della moneta unica e la previsione, sia pure con una gestione intergovernativa e non comunitaria, di una politica estera e di sicurezza comune, comprensiva di una politica della difesa che secondo le parole dello stesso trattato, concordate dal Presidente Mitterand e dal cancelliere Kohl, "può condurre ad una difesa comune".
Il concetto fu fatto digerire al Regno Unito con un compromesso al ribasso che tendeva essenzialmente ad escludere la possibilità di capacità autonome dell'UE rispetto alla NATO.
In presenza delle crisi nei Balcani e in Africa e dopo l'elezione nel Regno Unito di Tony Blair, più attento ai meriti dell'Unione Europea, il processo assunse comunque vigore con la Dichiarazione di Saint Malo del Dicembre 1998 nella quale il Presidente Chirac e il Primo Ministro britannico, pur con le rispettive riserve mentali, avevano posto le basi per un necessario salto di qualità.
Questo accadde con diverse decisioni del Consiglio europeo e poi soprattutto con il Trattato di Nizza, firmato nel 2001 ed entrato in vigore nel 2003, seguiti dalla messa in campo di istituzioni, strumenti e procedure, e con l'avvio, sotto la spinta appunto delle crisi balcaniche e africane, di missioni militari e civili per la loro gestione in un quadro multilaterale.
Il contesto, voluto soprattutto da Londra è però rimasto quello di una subordinazione delle capacità militari dell'UE a quelle della NATO con tentativi della Francia di svincolarsene.
Su queste basi è stato quindi concordato che l'UE debba ricorrere per le proprie operazioni militari alle capacità di pianificazione, comando e controllo della NATO o alternativamente di uno degli stati membri dell'Unione, rinunciando ad averne di proprie.
Il tentativo franco-tedesco nel 2003 di costituire un quartier generale europeo dotato di tali capacità, in coincidenza del resto con le divisioni sull'intervento anglo-americano in Iraq, segnò uno dei momenti di maggiore tensione all'interno delle due organizzazioni e tra le loro strutture, acuite anche dai contrasti su Cipro (membro dell'UE, ma non della NATO, che la Turchia, membro della NATO, non riconosce).
Le operazioni militari dell’UE nei Balcani utilizzarono quindi assetti e capacità della NATO, mentre in Africa furono utilizzate quelle della Francia come “framework nation”.
All'UE è stata comunque lasciata la competenza pressoché esclusiva delle missioni civili di stabilizzazione o di prevenzione come quelle di polizia, di rule of law, di edificazione istituzionale nei campi della sicurezza, della giustizia, della pubblica amministrazione e dello sviluppo economico, spesso in sinergia con attività della Commissione finanziate con fondi comunitari.
Altro aspetto caratterizzante delle missioni europee è stato quello della collaborazione operativa con le organizzazioni internazionali e regionali.
Questo è stato ed è particolarmente rilevante
Iris type:
2.1 Contributo in volume (Capitolo o Saggio)
Keywords:
integrazione, difesa, sicurezza
List of contributors:
Melani, M
Book title:
L'Italia in Europa, idee per uno sviluppo sostenibile